La seconda regione più antica d'Italia, incontro tra Oriente ed Occidente, il tacco dello stivale, terra di tutti e nessuno, il nuovo paradiso... la California italiana... la splendida, mitica, inarrivabile Puglia.
Si cammina per
tanti motivi o non si cammina affatto.
Nel blog Puglia si cammina così.
al passo del
tempo
tra percezioni e memoria
passeggiando.
Si diano luoghi come questi: sentieri e paesaggi assuefatti al mito di Eco, ninfa mediterranea già dimenticata e sacrificata al più potente Narciso. Si dia una condizione: si lasci che l'ascolto, lo sguardo ed il gusto ogni volta ricomincino a partire dal "silenzio". Si senta il piacere di tale riaddestramento alla percezione; e si riabitui gradualmente il corpo a fidarsi dei percorsi della mente.
Siamo in Puglia, dove si cammina a piccoli passi di flashback, sul filo della memoria, sfiorando gli scenari della "Storia". Dove si procede a piedi, ma anche a cavallo, talvolta in barca, o in bicicletta. E quando ci si ferma il viaggio prosegue da solo come sulla scia di un sogno.
In Puglia
un viaggiatore è anche uno "sportivo", ma soprattutto
è un buon lettore. Può fare lunghi viaggi con
un libro... e con un blog!
Ciò fa di lui un individuo adatto a cammini lenti e meditati,
aperti a possibili deviazioni di percorso.
Come sportivo egli si riconosce nel tipo dei salutisti e dei non
competitivi.
Come lettore sa di appartenere alla categoria dei "lettori
solitari", con i quali ha in comune la convinzione
che la letteratura è indipendente da ogni ideologia o metafisica.
E' convinto che estetica significhi soprattutto percezione, o
meglio una miscela di percezione e sensazione.
E questo è ciò che si cerca nel viaggio.
E' anche convinto
che ciò che stiamo perdendo è proprio la nostra memoria
estetica e culturale; cosa che cerca di recuperare attraverso un
uso appropriato della propria solitudine.
Ed è ciò che trova in questi viaggi.
E' stato un lettore di Daniel Pennac, dai cui libri ha riportato via alla fine una frase che ora ripete a sè stesso all'infinito:
La vita non è un
romanzo, lo so... lo so.
Ma solo lo spirito del romanzo può renderla vivibile
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Da GDM on line:
Già nel 2008 in Puglia ci potrebbero essere i primi pezzi della rete ciclabile prevista nel progetto «Cicle route network of the Mediterranean» (CYRONMED) finanziato dal Programma di iniziativa comunitaria Interreg IIIB Archimed. Lo ha annunciato l’assessore ai Trasporti della Regione Puglia, Mario Loizzo, al convegno organizzato a Bari tra i partner del progetto di cooperazione.
«Per la prima volta in Puglia – ha riferito l’assessore – abbiamo finanziato, come previsto per ognuno, lo studio di fattibilità che ci permetterà di individuare le criticità ed i punti di forza di una rete ciclabile pugliese. Appena avremo lo studio, penso entro fine anno, in coincidenza col programma 2007-13 di mobilità potremo finanziare i primi pezzi degli itinerari di piste ciclabili, per le quali è a disposizione l'1% dei finanziamenti per i trasporti, circa 50-60 milioni di euro».
«In questo progetto di reti ciclabili nel Mediterraneo – ha spiegato l’assessore regionale alla cooperazione, Silvia Godelli - la Puglia si gioca il suo destino come Regione più a sud, bagnata da più mari che cercando di aiutare i processi di sviluppo dell’area mediterranea, ne diventa attore vero».
«E' la prima volta – ha aggiunto – che nell’attuale legislatura riusciamo a intrecciare le azioni generali di cooperazione dell’area mediterranea ad azioni specifiche come questa delle reti ciclabili, realizzando quel tutt'uno di interessi per lo sviluppo integrato dell’area nel suo complesso».
«Il progetto odierno quindi – ha proseguito Godelli – ha anche valenza pedagogica e serve a mostrare la praticabilità di linee che tengano conto di fattori come la tutela ambientale, il turismo ecosostenibile, l’economia e la cultura, nello sviluppo globale».
Il progetto CYRONMED interessa oltre all’Italia, la Grecia, Cipro e Malta e con Eurovelo prevede in Puglia cinque itinerari, di cui uno europeo da Londra a Brindisi. «L'Italia – ha detto il presidente di Ruotalibera, Lello Sforza – entra così a far parte di quelle nazioni come Danimarca e Germania che già da tempo hanno avviato reti ciclabili e servizi integrati di trasporto intermodale; l’ipotesi è di concretizzare quel 10% di ciclabile sull'intera rete trasportistica nazionale che da qualche tempo è sulla carta».
Dalla concertazione tra Regione, Provincia e Comune è nato il Parco regionale di Lama Balice. Il disegno di legge che il 22 novembre prossimo sarà portato in quinta Commissione (che si occupa di ambiente) e poi approvato dal Consiglio regionale, è stato presentato durante una conferenza stampa dall'assessore regionale all'ecologia, Michele Losappio, dal presidente della Provincia, Vincenzo Divella e dal sindaco di Bari, Michele Emiliano. "Con il Parco di Lama Balice la tematica ambientale diventa un elemento importante nell'azione di Governo - ha dichiarato l'assessore Losappio". La Provincia nominerà il direttore del Parco scelto tra esperti del settore, Bari sarà comune capofila e Bitonto invece ospiterà, nell'Istituto Maria Cristina di Savoia, la sede dell'Ente Parco, nel quale ci saranno un consiglio tecnico e un consiglio di amministrazione. Intanto Provincia e Regione si stanno impegnando all'istituzione di un'altra area protetta, cioè quella del Barsento ( Noci, Castellana e Putignano).
La Puglia sarà la prima regione italiana nella produzione di olio per l'annata 2006-2007. I dati sono stati diffusi da Coldiretti nella giornata nazionale dell'olio italiano. Dei 6.273.602 quintali previsti in base ai dati Ismea a livello nazionale, ben 2.461.421 sono in arrivo dalla Puglia. Sul podio trova posto anche la Calabria, 1.962.496, e la Sicilia, ma con un bel distacco rispetto alle prime due, 471.567 quintali. Il dato totale, lamenta però Coldiretti, è in calo per il nuovo anno del 4 per cento. A questa flessione contribuirebbe una mancanza di trasparenza, a livello europeo, perché sulle etichette non è obbligatorio indicare l'origine delle olive ed è quindi possibile vendere come Made in Italy miscugli di olio spremuto da olive spagnole, greche e tunisine. Al calo di produzione italiano farebbe da contraltare infatti un incremento record del 32 per cento della produzione spagnola, per un totale di 10 milioni di quintali. Per questo Coldiretti, a piazza Montecitorio, a Roma, ha avviato una raccolta di firme per l'obbligo di indicare in etichetta l'origine delle olive impiegate nell'olio.
Il testo Il Santo Graal (titolo originale The Holy Blood and the Holy Grail, in Italia edito da Mondadori come Oscar Mondadori Bestseller) è stata l'opera da cui, principalmente, ha preso spunto Dan Brown per il suo Codice da Vinci.
Ora, nell'edizione italiana, tradotta da Roberta Rambelli, il sottotitolo già in copertina cita "una catena di misteri lunga duemila anni".
Cari Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln (autori del saggio): e la Puglia dove la mettiamo?
Nel testo indicato, ad esempio, vien fatto riferimento ad alcuni membri dell'Ordine del Tempio che, per sfuggire alle "persecuzioni" poco prima che i re di Francia ordinassero la soppressione dell'Ordine (perchè stava diventando troppo potente, e ricco, essendo una sorta di "setta" al di fuori di ogni giurisdizione temporale) si "trasferirono" in Calabria.
Viene quindi fatto riferimento al Sud Italia, ma non alla Puglia.
Viene poi fatta menzione degli enormi possedimenti templari, ed indicato che in Italia questi furono di molto successivi a quelli in Francia prima ed in Inghilterra poi.
Ora, in entrambi i casi c'è da fare chiarezza: innanzitutto azzardo l'ipotesi che, ben prima di "nascere" in Francia, i Templari si "svilupparono" in Puglia.
A pagina 37 de Il Santo Graal, analizzando il possibile rapporto tra Catari e Templari, e facendo riferimento alle zone del Sud della Francia, si dice che "la Linguadoca aveva molte cose in comune con Bisanzio".
E la Puglia? Da sempre i territori pugliesi sono stati accomunati a Costantinopoli, ad esempio Otranto è stata spesso definita "la porta ad Oriente" ed ancor oggi la Fiera del Levante di Bari, già dal nome, è un "incontro", una "porta" anch'essa tra Oriente ed Occidente.
Questo, perchè la Puglia, da sempre protesa nel Mediterraneo, è sempre stata legata a filo doppio alle vicende d'Oriente: era l'ultimo baluardo dell'Europa Occidentale, tant'è che, per fare un ennesimo esempio tra tanti, Santa Maria di Leuca era chiamata Finibus Terrae (come l'estremo lembo di Francia proteso verso l'Atlantico), ed i Templari chiamavano i territori orientali "Outremer" (oltremare).
Non solo, la prima "terra occidentale" che i pellegrini incontravano di ritorno dalla Terra Santa (ben prima dell'epoca delle Crociate) era la Puglia.
...continua presto...
© F.V.E. Matarrese, 2006
BARI: "SAN NICOLA E' NOSTRO!"
I TURCHI RICORRONO ALL'ONU?
I turchi tornano alla carica: le reliquie di San Nicola devono essere restituite a Myra, la città dell'Anatolia di cui fu vescovo e dalla quale furono trafugate nel 1087 da 62 marinai baresi. Per riavere le ossa, custodite nella basilica del santo a Bari, la fondazione turca Santa Klaus Peace Council è pronta a scomodare anche le Nazioni Unite. Non si rassegna, il presidente della fondazione Karabulut, ai ripetuti no dell'Italia. L'ultima speranza, ora, è riposta nell'Onu, affinché attivi lo stesso iter percorso da altri paesi per ottenere la restituzione di opere d'arte trafugate in passato. Ad annunciarlo è un bollettino informativo della Direzione Generale della Stampa e dell'Informazione dell'ufficio del primo ministro turco Erdogan. Per Myra, riavere le reliquie di San Nicola rappresenterebbe uno straordinario richiamo turistico. La città turca, nel cui cuore sorge il tempio bizantino in cui fu sepolto San Nicola, l'odierno Santa Klaus, aspira infatti a divenire la città di Babbo Natale. Un titolo che Bari potrebbe contenderle, visto che per ora, le reliquie del santo restano nella cripta della basilica di San Nicola. Ed è un tesoro che potrebbe fare del capoluogo pugliese un'importante meta del turismo religioso, se solo lo si mettesse a frutto.
PARLANO PIU’ LINGUE LE PIETRE DI PUGLIA
Non c’è dubbio. Le pietre di Puglia sono le più ciarliere. Anche per via di una peculiare caratteristica: sono poliglotte. Si, parlano più linguaggi: da quello aulico dei castelli, delle cattedrali e delle dimore avite, a quello decisamente agreste e pastorale delle masserie e dei trulli, al linguaggio ruspante dei muri a secco. Per non parlare poi della terminologia militaresca, quasi da postribolo, delle torri costiere. Pietre grigie, rosa e beige che si accendono di mutevoli e suggestive nuances con il trascolorare del giorno, al cospetto delle lividi luci dell’alba e di meriggi infuocati, per poi finire nel placido abbraccio delle ombre della sera.
Le pietre più altezzose, ad onor del vero, sono comunque quelle dei menhir e dei dolmen a causa della loro mole, non disgiunta da taluni poteri taumaturgici. Come quello di debellare la sterilità con una sola carezza della postulante senza figli.
Su questa scia si collocano le “turrite sentinell”, ossia i castelli edificati in Puglia da Federico II, ai quali si affiancano le varie “domus”, destinate, quali luoghi di lussuriose delizie, al… riposo del guerriero. Sia gli uni che le altre, invero, erano al servizio dell’immagine e del potere. Non solo. Il puer Apuliae, quale abile manipolatore del consenso, si servì dei turriti manieri per propagare l’idea unitaria dello Stato – non dimentichiamo che le norme raccolte nel Liber Augustalis sancivano la validità di una sola legge su tutto il territorio dell’impero. Un messaggio non sempre condiviso dai destinatari. Di qui i giudizi di segno opposto. “Avaro e iracondo” secondo i denigratori guelfi; “saggio, illuminato e dispensatore di giustizia” per i ghibellini. Ma al di là delle contumelie e degli osanna, un dato è certo. L’imperatore trovò in Puglia, e anche in Basilicata, il luogo ideale per dare la stura alle sue passioni, coltivare i suoi hobbies. Lo conquistò in particolare la “serena bellezza” del paesaggio pugliese. A tal punto che su un’altura della Murgia barese favorì la nascita di un “fiore di pietra”, Castel del Monte, il bellissimo e “chiacchierato” ottagono. Che resta il più bello del reame, sia esso padiglione di caccia, garçonniere o tempio esoterico.
La costruzione iniziò intorno alla prima metà del XIII secolo. In una lettera da Gubbio, che reca la data del 29 gennaio 1240, lo Staufen invitò Riccardo da Montefuscolo, giustiziere di Capitanata, a requisire i materiali necessari per l’avvio immediato dell’opera. Nacque così un cristallo generato dalla geometria, in cui vestigia romane dell’età classica s’innestano ad elementi mediorientali.
Dai castelli alle masserie, mute e preziose testimonianze della nostra civiltà contadina.
Continua...
LE GRAVINE, CULLA DI CIVILTA’ E TESORO NATURALISTICO
L’altopiano carsico che si distende per buona parte delle province di Bari e Taranto è una terra dai contrasti forti. Può avere l’aspetto desertico di un’arida steppa, con assenza quasi totale di alberi o arbusti: il regno esclusivo di eringi, delle ferule, delle stipe ed altre graminacee spontanee. Un deserto reso ancora più aspro da un tappeto di rocce grigie affioranti come scogli spinosi, macchiati di ostinati licheni. Può vestirsi, all’improvviso, con l’abito della festa se una pioggia di primavera lava la sua tristezza, vestendola di un manto leggero di verde intenso punteggiato da una galassia di colori. Il giallo intenso delle infiorescenze delle ferule, o del fiore basso delle stembergie, il violetto dei pennacchi dell’eringio, l’azzurro del modesto fiore delle cicorielle di campo, il rosa pallido dei grappoli degli asfodeli, la tavolozza di colori di cui si tingono le preziose ofridi.
Può apparire desolata, in uno squallore che sembra immutabile, quando lo “scorticacapre” soffia implacabile, freddo ed ostinato dall’ovest. Ma è pronta a popolarsi, come per incanto, quando il maestrale ha nettato l’aria per lasciare che il sole accarezzi il placido pascolo degli armenti, il canto melodioso di allodole e calandre, il chiacchiericcio degli strillozzi, il grido minaccioso dei falchi che ricordano a tutti chi è il vero re di questa terra “selvaggia ed aspra e forte”, a dirla con le parole del Poeta.
La Murgia non fa mai mistero della sua doppia faccia e del suo mutevole carattere. Il suo stesso nome ci piace pensare possa derivare da murex o da Murcia. Murex è, per i latini, il guscio di una conchiglia spinosa, oppure lo scoglio puntuto, oppure ancora i ferri acuminati con cui gli eserciti impedivano l’avanzata dei nemici. Murcia è, invece, il nome di un’antica divinità italica dea dei giardini e del mirto. Questa sua doppia identità è assai più evidente nella fascia di territorio che guarda alla fossa bradanica e al golfo di Taranto.
Qui la Murgia precipita, quasi all’improvviso, nelle piane ioniche con un altissimo gradone proprio quando la sua apparente scontrosità si manifesta al massimo grado in un lungo terrazzo arido e quasi totalmente pietroso. Ma proprio qui la Murgia ci svela un volto inaspettato, originando profonde spaccature e ampie crepe in quel suo lungo gradone che corre, per più di cento chilometri, nella parte più a sud della provincia di Bari e quella più a nord della provincia di Taranto. E’ l’ultima, doppia faccia della Murgia che davvero ci sconvolge, perché capace di passare di colpo dal piano a precipizi di centinaia di metri di profondità che si aprono inaspettati segnando il gradone di strette gole in cui a fatica si scorge il fondo.
Ma non è solo l’improvvisa variazione a sorprenderci con la vertigine del vuoto.
Ci sorprende anche l’improvviso mutamento della copertura vegetale: fino al ciglio del precipizio la steppa quasi desertica, poi, nella grande fenditura della terra, un rigoglio esuberante di macchie, arbusti, e finanche di alberi d’alto fusto. Tutto è aggrappato a pareti scoscese, inaccessibili. Tutto sembra in equilibrio precario, ma non è così. Ogni albero, ogni rovo, ogni arbusto, affonda le radici aprendosi la strada nelle crepe delle rocce, succhiando in profondità l’umido che s’è fatto strada tra i calcari, e la linfa vitale che s’è portato con sé.
Filtrando tra le chiancarelle e nella roccia porosa quel poco di nutrimento che ha eroso dall’altopiano ed accumulato dovunque ha trovato una crepa da riempire. Ce n’è abbastanza per tutti di quel nutrimento nascosto che filtra, sempre più in basso, per raccogliersi, quand’è sul fondo, finanche in piccole pozze popolate di cannucce e tife o per scavare ancora, quella ferita nella terra che continua lentamente ad aprirsi e ad affossarsi da decine di milioni d’anni.
Quello che il vocabolario può definire un “orrido” non ha, in realtà, niente di orrido nell’aspetto. Ha, semmai, l’incanto di una esplosione di vita che non ha pari in nessun altro luogo. E’ uno spettacolo di una grandiosità unica che affascina per i misteri e che promette di svelare a chi vuole guardare più da vicino. Misteri che non sono soltanto nelle sue preziosità ambientali, della flora e della fauna, ma anche nei tesori archeologici di rara bellezza. Queste ferite nella terra, qui, le chiamano gravine.
Chi si lascia attrarre dal richiamo del loro mistero scopre che nulla di orrido c’è nel loro aspetto e che esse sanno raccontare storie lunghissime e commoventi di frequentazioni umane, che vanno dalla preistoria fino all’età moderna. Il loro abbraccio, protettivo e sicuro, ha da sempre dato sollievo alle paure, accogliendo, nell’intricato sistema di grotte, cunicoli e anfratti, uomini e animali che cercavano scampo dai predatori, dalle intemperie, dalle persecuzioni.
| INTRAMOENIA/EXTRA ART |
![]() Si tratta di una mostra di arte contemporanea che costituisce il primo appuntamento di un progetto triennale finalizzato alla valorizzazione dei castelli di Puglia, con particolare attenzione all'entroterra rurale. Per Castel del Monte, curano l'evento Giusy Caroppo e Achille Bonito Oliva. |
In provincia di Bari, a Monopoli, sono stati allestiti i mercatini. Partendo dall'antico borgo dei pescatori, fino ad arrivare alla più centrale via Cavour potrete divertirvi a cercare tra le tante bancarelle regali, statuine e oggetti originali per i vostri acquisti. Per informazioni: tel. 080/9303107, comune.monopoli.bari.it
PONTE - ACQUEDOTTO ROMANO (metà del VII sec. a.C.)
ll condotto è lungo circa tre chilometri e mezzo; il dislivello è di 7 metri. Serviva l'antica città di Silvium, così come era chiamata Gravina di Puglia dai Romani. Attraversa nell'ultimo tratto la gravina percorrendo un ponte ad archi, realizzato in tufo intorno alla metà del '700 per portare sotto le mura della città le acque della sorgente S. Angelo, collegando le due sponde del torrente Gravina; è stato utilizzato fino agli anni ‘70: le sue sorgenti di interstrato, infatti, al contatto tra calcare e tufo sono ancora parzialmente attive.
SAN MICHELE DELLE GROTTE
Interamente scavata nel tufo, fu cattedrale della città sino alla venuta dei Benedettini. Ha una pianta quadrata, con volta monolitica retta da 14 pilastri che la dividono in cinque navate. Dei 5 absidi, tre sono dotati di altari dedicati agli Arcangeli. Adiacente e comunicante vi è una grotta contenente resti umani che la tradizione vuole di gravinesi trucidati a seguito dell'incursione saracena del 999.
PARCO ARCHEOLOGICO DI BOTROMAGNO
(VIII secolo a.C.; area naturale protetta di circa 450 ha, istituita nel 1997)
Si estende su un territorio compreso tra i torrenti Gravina e Basentello, entrambi affluenti del Bradano: il primo è a valle della diga di San Giuliano, il secondo a monte. Sulle sponde del torrente Gravina si aprono gli accessi ad una serie di grotte interamente scavate nel tufo compresi fra la collina, l'area di "Padreterno" (sul costone occidentale della gravina) e la zona di Santo Stefano (nei pressi del tracciato dell'Appia antica). Esse erano utilizzate per tutto il Medioevo come abitazioni e luoghi di culto.
A partire dagli anni '60, la collina di Botromagno e la zona a ridosso del torrente sono state interessate da campagne di scavo, dalle quali è emerso che i primi stanziamenti umani nel territorio gravinese risalgono all'età neolitica (zona Ciccotto e Casa San Paolo).
Proteso verso le coste dalmate, circondato per tre lati dall'Adriatico e separato dalla dorsale appenninica dal Tavoliere, il Gargano rappresenta una realtà naturalistica, storica e gastronomica unica. Lo stesso mare che ha contribuito a isolare il promontorio, infatti, lo ha anche messo in contatto con popolazioni straniere come gli slavi, i greci e i saraceni, i nemici di sempre. Ognuno ha lasciato a questa terra un'eredità che si è fusa con le precedenti, dando così vita a una cultura e a un mondo di tradizioni che sono pugliesi, ma non solo e non così tanto. Nel Gargano non ci sono solo quasi 150 chilometri ininterrotti di baie, spiagge e calette, ma anche il bosco impenetrabile della Foresta Umbra, i paesi mistici e medievali di San Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo e una lunga serie di testimonianze e siti romani, svevi, normanni... Il tratto di costa che da Mattinata conduce a Vieste è uno dei più spettacolari di tutta la Puglia: montagne a strapiombo sul mare, bianche scogliere punteggiate da piccole spiagge e sempre e ovunque i cespugli e gli alberi d'alto fusto tipici della macchia mediterranea. A proposito di vegetazione tipica, scogli e spiagge, non si può mancare il vallone di Vignanotica, una specie di solco nella montagna, tutto a mirti, tamerici e corbezzoli, percorso da un viottolo che scende fino a una scogliera bianchissima. Altri scorci memorabili sono quelli della baia delle Zagare, che si apre tra una selva di faraglioni, e della cala della Pergola che annuncia Pugnochiuso, piccola località estiva sempre più rinomata. A Portogreco, proprio sulla spiaggia c'è una torre costruita nel '500 a difesa contro i turchi. Dalla Testa, una sorta di penisola nella penisola che costituisce il punto più levantino del Gargano, si è già in vista di Vieste e del suo straordinario litorale. Chi ama la buona cucina in questi luoghi non troverà solo i sapori del mare, con olio e vino da medaglia, ma anche i formaggi e gli insaccati che vengono dalla montagna, la frutta e gli ortaggi di un mondo che è insieme marinaro e contadino.
Fu inaugurato una prima volta nel 1887.
Realizzato sotto la direzione dei lavori del maggiore del genio militare Giuseppe Messina, aveva lo scopo di agevolare la viabilità tra la città antica e quella moderna e consentire, con le sue regolari aperture, il transito delle navi militari, in previsione dell'apertura dell'arsenale, approvata dal parlamento nel 1882 con uno stanziamento di 9.300.000 lire. La base navale sarà operativa nel 1889, divenendo poi anche un importante centro per la costruzione di navi della Marina Militare.
Il meccanismo consisteva in due bracci meccanici collegati a due turbine idrauliche azionate, a loro volta, dalla caduta dell'acqua contenuta in un serbatoio posto sul Castello Aragonese.
Il ponte fu ricostruito nel 1958 seguendo il modello originale, elevato a 12 metri sul livello del mare, ma con una larghezza maggiore, circa 10 metri, per una lunghezza complessiva di 86 metri. Fu intitolato a S. Francesco da Paola.
L'intero canale è lungo circa 400 m e largo 73 m.; la sua realizzazione, che risale al 1481, si rese necessaria per isolare la città minacciata dalle scorribande dei Turchi.
Allestito in un palazzo privato seicentesco, fu istituito nel 1922 ed é attualmente è gestito dalla Fondazione Pomarici Santomasi.
Nell'androne d’ingresso sono presenti una raccolta di frammenti architettonici (stemmi, lastre, architravi, rinvenuti durante le varie campagne di scavo condotte da studiosi canadesi, inglesi ed americani dell'Accademia Britannica di Roma sulla collina di Botromagno), e una mostra permanente di "Vestiti d'Epoca" (dal 1600 al 1800) appartenuti alla famiglia del fondatore.
In una rimessa sono collocate una carrozza ed una berlina di gala del XVII e XVIII secolo, mentre in altri due vani è stata ricostruita la cripta rupestre detta di "S. Vito Vecchio", adornata da un ciclo di affreschi d’epoca tardo medievale.
Al primo piano si trova la biblioteca (circa 36.000 volumi) e l'appartamento di famiglia arredato con mobilia d'epoca. Tra i testi più interessanti 231 Cinquecentine, 31 volumi dell'Encyclopedie del Diderot (1770-1779), e 121 volumi in lingua cinese.
Puglia - Mostra della ceramica e della maiolica
Grottaglie (Taranto)
da sabato 30 luglio 2005
Puglia - Sagra del panino della nonna
Giovinazzo (Bari)
da martedì 9 agosto 2005
COSA :: MOSTRE La personale dell'artista britannico Stephen Cox inaugura il nuovo spazio espositivo del complesso di San Francesco alla Scarpa, progettato dall'architetto Fernando Russo. Sono esposti circa 50 lavori tra sculture e disegni di questo artista che dialoga con la materia - marmo, pietra e granito - alla ricerca di un'arte intesa come recupero della memoria.
DOVE - QUANDO :: BARI, Ex Convento di San Francesco alla Scarpa, Via Pier L'Eremita 25b - DA LUN A VEN, dalle 9 alle 13; fino al 26 settembre
INFO :: tel. 0805285230
Unici per la posizione e tra i pochi laghi del meridione d'Italia, d'aspetto gemellare, i laghi di Lesina e di Varano sono separati dal mare Adriatico da un sottile istmo. Si estendono lungo la sponda settentrionale del Gargano, a livello del mare, e rappresentano un sito di innegabile fascino: una sottile lingua di terra coperta di dune sabbiose e boschetti, divide i laghi dal mare che si insinua fra le sue acque attraverso alcuni canali.
Numerosi i reperti rinvenuti risalenti al Neolitico, e resti dell'età del Bronzo e del Ferro. Sul lato settentrionale del Gargano e sulle sponde dell'omonimo lago, sorge Lesina, nota ai romani come Alexina, borgo marinaro noto per la produzione di anguille e capitoni che grazie alla salinità delle acque sono considerate una vera prelibatezza.
Oggi Lesina conserva il suo antico fascino: il borgo vecchio con la Cattedrale, il palazzo Vescovile risalente al XIII e una magnifica passeggiata sul lungolago. A circa 12 chilometri dal lago di Varano si trova Rodi Garganico, località turistico-balneare e centro di produzione di agrumi. Il territorio ha fitti boschi all'interno e una ricca vegetazione sulla costa, caratterizzata da insenature, grotte e spiagge.
Info:
ParcoGargano.it
Il 5 settembre al Parco Nazionale del Gargano (Puglia)
TRAMONTO IN CATAMARANO
La laguna di Lesina è natura, tradizioni, colori e sapori, da
vivere e
assaggiare al tramonto. Visita guidata allAcquario delle
specie ittiche
lagunari e al Museo Naturalistico. Escursione in catamarano sulla
laguna. Cena buffet a base di prodotti tipici locali. Dalle ore
19.00
alle 21.30. Gruppo: min 15 persone. Ritrovo presso il Centro
Visite di
Lesina (FG).
Per prenotazioni (almeno 2 giorni prima) e informazioni: Coop.
Mediterranea - Centro Natura Foresta Umbra - Tel. 0884/88055 -
368/3589078 - E-mail: info@mediterraneambiente.it
Altre info sul Parco Nazionale del Gargano
http://www.parks.it/parco.nazionale.gargano
PRENDI LA BICI E VIENE ALLA PROSSIMA
MASSA CRITICA!!!
VENERDI' 15 LUGLIO 2005 ORE 18:30
BARI FONTANA DI P.ZA UMBERTO
Critical Mass è un evento internazionale che si tiene in più di 200 città del mondo, ha luogo ogni ultimo venerdì del mese (in Italia, in alcune città, anche di giovedì), quando i ciclisti, spontaneamente, si recano in massa a percorrere le strade delle loro città normalmente occupate dalle automobili.
Critical Mass si concentra sul diritto dei ciclisti e dei pedoni di utilizzare le strade. Punta anche l'attenzione sul deteriorarsi della qualità della vita -a partire dai livelli di inquinamento dell'aria e dell'inquinamento acustico- che le automobili creano nelle città.
La bici non consuma e non produce emissioni, non ingombra e non fa rumore: è un mezzo ecologico per definizione e ad alta efficienza energetica. La bicicletta migliora il traffico, l'ambiente, la salute e l'umore.
E quindi: facciamo una barriera di gambe che pedalano, di voci che si chiamano, di campanelli che conquistano l'asfalto! Per un giorno riappropriamoci delle nostre strade! Per un giorno disertiamo l'auto! Proviamo a mettere in minoranza gli "inscatolati delle quattro ruote", i "dittatori degli incroci", la massa acritica di chi a Bari è sempre al volante e ogni giorno impone la propria legge del rumore, del gas di scarico, del pericolo. Dentro ogni involucro di lamiere c'è un ciclista che ha voglia di uscire! Non hai null'altro da fare che prendere la bici e unirti a noi!
www.baricriticalmass.altervista.org
www.inventati.org/criticalmass/bari.htm
criticalmassbari@yahoogroups.com
criticalmassbari@yahoo.it
A metà del 1800 Bari contava solo 30.000 abitanti, ma la fame di cultura, ed in particolare la passione per il teatro, doveva essere grande se negli anni seguenti all’apertura del Teatro Comunale Piccinni si inaugurò prima il Teatro Cammarano in Piazza Garibaldi (1870) e poi l’”Arena delle Varietà” nell’attuale Piazza IV Novembre (1882), luogo che sin dal 1835 era stato sede di altre strutture temporanee teatrali e circensi.
In considerazione dell’interesse della cittadinanza per questo genere di spettacoli, nel 1877 l’amministrazione comunale deliberò l’assegnazione gratuita di un suolo nei pressi della stessa Piazza IV Novembre (allora denominata Piazza Cavour) e di un contributo di 12.000 lire a favore di chi si fosse offerto di costruire, entro un anno, un nuovo teatro. Cinque anni dopo il consiglio comunale concesse oltre 3.000 mq alla ditta Barone, che si impegnò a realizzare l’edificio e propose di intitolarlo al musicista Nicola De Giosa. Non se ne conoscono con precisione i motivi -forse la grave crisi economica che toccò Bari a fine Ottocento-, fatto sta che nel 1886 i lavori risultano ancora non iniziati. Il governo cittadino intervenne intimando al Barone di mettersi all’opera entro un anno, ma l’imprenditore non era più in grado, o non aveva più interesse, di mantenere gli impegni.
Nel 1891 il consiglio comunale, nella speranza di stimolare nuovi appaltatori, innalzò il proprio contributo a 40.000 lire. Si fecero così avanti Giacomo Sbisà e i fratelli Antonio e Onofrio Petruzzelli, ricchi imprenditori nel campo dei tessuti. Solo nel 1895 fu stipulato il contratto definitivo con i secondi e assegnato loro un suolo tra Via Calefati e Via Putignani. I Petruzzelli però si rifiutarono di eseguire il vecchio progetto della ditta Barone, presentando il proprio, elaborato dall’ing. Messeni, loro cognato. Il progetto fu approvato dal consiglio comunale nel 1896. I lavori per il nuovo teatro, che sarebbe stato intitolato ai Petruzzelli e non più a Nicola De Giosa, iniziarono nella tarda primavera del 1898.
Circa cinque anni dopo, il 14 febbraio 1903, avvenne l’inaugurazione ufficiale con la rappresentazione de “Gli Ugonotti” di Giacomo Meyerbeer.
Per 88 anni la cupola decorata da Raffaele Armenise -autore anche del telone che raffigurava lo sbarco a Bari del doge Orseolo II nel 1002 per liberare la città dai Saraceni-, le sculture di Pasquale Duretti e la raffinatezza della sala e del foyer hanno alimentato i sogni di grandezza della città, miseramente andati in fumo il 27 ottobre 1991.
Furono in molti ad essere presi dal panico la sera del 13 luglio 1835.
Il Palazzo del Sedile, vecchia sede del consiglio decurionale, da circa trent’anni convertita in teatro, sembrò sul punto di crollare nel bel mezzo di una rappresentazione. A parte il grande spavento e qualche livido rimediato nel fuggi fuggi generale, non vi furono conseguenze per nessuno degli spettatori. La struttura fu ovviamente dichiarata inagibile. Ad ottobre i decurioni incaricati di esaminare la situazione presentarono una relazione con la quale si proponeva il restauro e l’ampliamento del Sedile. Poiché il progetto prevedeva costi troppo elevati, qualcuno avanzò l’idea di costruire un teatro completamente nuovo nel Borgo Murattiano, lungo il Corso Ferdinandeo (ora Corso Vittorio Emanuele), di fronte al Palazzo dell’Intendenza (l’attuale Palazzo del Governo). Nell’ottica dell’epoca quel sito era percepito come “periferia” e la proposta fu temporaneamente accantonata.
Si desiderava dunque costruire il nuovo edificio all’interno della città vecchia e diverse possibilità furono prese in esame, ma nessuna apparve soddisfacente ed economicamente sostenibile, così nel luglio del 1836 fu definitivamente individuato come il più idoneo proprio il sito di fronte al Palazzo dell’Intendenza.
I lavori iniziarono nel 1840 ma furono interrotti tre anni dopo dal re Ferdinando II di Borbone, in visita in città, che ne ordinò la sospensione perché il Borgo Murattiano doveva essere dotato prima di una chiesa (ne era fino al quel momento sprovvisto) e solo in seguito di luoghi d’intrattenimento. Nella decisione del re pesarono le pressioni dell’arcivescovo Michele Basilio Clary, che portarono all’inizio dei lavori di edificazione della prima chiesa della città nuova già nel 1844; l’edificio, ultimato nel 1849, fu intitolato a S. Ferdinando, evidente ringraziamento per l’intervento del sovrano.
I lavori per il teatro ripresero solo nel 1852 e terminarono due anni dopo.
Il sindaco Antonio Carrassi propose di intitolarlo a Maria Teresa di Borbone, moglie del re Ferdinando, la quale fece mancare il suo assenso cosicché la sera del 4 ottobre 1854, quando fu inaugurato, non aveva ancora ufficialmente un nome. Nel gennaio del 1855 il consiglio decurionale decise perciò di chiamarlo “Teatro del Municipio” ma un paio di settimane dopo cambiò idea stabilendo di intitolarlo al musicista Niccolò Piccinni (Bari, 1728 – Passy, Parigi, 1800).
Durante gli anni intercorsi tra la chiusura del Teatro del Sedile e l’inaugurazione del Teatro Piccinni diverse strutture provvisorie furono allestite nell’area prospiciente il porto vecchio (“Largo della Marina”), poi occupata dal Palazzo della Camera di Commercio a partire dal 1889.
In quella stessa zona, nel 1911, un incendio distrusse una struttura in legno nota come “Varietà Margherita”, adibita a teatro da qualche mese. Dopo soli tre anni fu inaugurato, al posto del vecchio edificio andato bruciato, il “Kursaal Margherita”, progettato in stile Liberty dall’ing. Francesco De Giglio.
Il nome “Margherita” ricordava la consorte del re Umberto I di Savoia.
Dal 1919 alcune sale del teatro furono utilizzate per ospitare il Museo Storico; le stesse sale furono requisite dalle truppe anglo-americane durante la seconda guerra mondiale per ospitare un circolo ricreativo ed il patrimonio museale (in parte depredato) trasferito all’interno del Castello Normanno.
Fasano sorse
intorno al X secolo in seguito alla distruzione di Egnathia e
all'esodo della sua popolazione nelle campagne.
Sfrutta una più che felice posizione geografica, essendo poco
distante dal mare ed ai piedi della dorsale che rappresenta il
primo gradino delle Murge del Sud-Est. Al di là di questo si
apre il vasto Canale
di Pirro,
deliziosa vallata che costituisce una delle più vaste
depressioni di origine carsica della regione. Il territorio di
Fasano ha conosciuto nel corso dei secoli un'intensa
antropizzazione che ha mutato in parte le caratteristiche
ambientali, pur rispettando le sue componenti fondamentali. Se
quindi i campi si presentano oggi tutti coltivati ad oliveti,
frutteti e vigneti, pure si riconoscono integri ampi tratti di
macchia mediterranea concentrata soprattutto sugli spalti delle
lame, mentre in vetta alla dorsale sopravvive ancora la quercia
ed il pino. Tali ideali condizioni ambientali e climatiche
costituiscono un impareggiabile richiamo per la villeggiatura
estiva che si è ormai radicata e consolidata in centri ameni e
molto noti come Selva
di Fasano (m.
397 s.l.m.) e Laureto (m. 329 s.l.m.).
La vicinanza del
mare, con le spiagge altamente ricettive di Savelletri e Torre Canne, rappresenta un ulteriore
stimolo per coloro che intendono trascorrere una vacanza allegra
e in armonia con la natura. Se ciò non bastasse, il territorio
di Fasano è in grado di offrire ulteriori stimoli costituiti
dagli imponenti e numerosi segni lasciati dall'uomo nelle diverse
epoche storiche.
Sulla costa, procedendo da Monopoli e seguendo la litoranea per
Savelletri, è possibile visitare le rovine di Egnathia, l'antica Gnathia,
importantissimo porto sul confine tra la Messapia e la Peucezia.
La città, che fu un noto Municipio romano, era sul percorso
della Via Traiana che l'attraversava per proseguire in direzione
di Brindisi.
Sebbene riuscisse a sopravvivere alla caduta dell'Impero Romano,
divenendo sede vescovile in epoca paleocristiana, decadde
definitivamente e fu abbandonata intorno al X secolo per cause in
parte ancora poco note. Numerose campagne archeologiche hanno
riportato alla luce i resti della città abbandonata;
recentemente è stato costituito nei pressi della necropoli un
Antiquarium che accoglie materiale didattico ed illustrativo e
preziosi reperti rinvenuti durante i lavori di scavo.
Un'altra
testimonianza dell'intensa antropizzazione del territorio di
Fasano è costituita dagli insediamenti rupestri disseminati un
po' dappertutto nella campagna, laddove la geologia del suolo
permetteva facilmente di operare lo scavo.
Tali grotte sono perciò scavate quasi sempre sui gradoni delle
lame che tagliano ancor oggi la campagna a testimoniare
l'erosione causata dalle acque dei ghiacciai disciolti a seguito
dell'ultima glaciazione.
I più importanti insediamenti della zona sono la chiesa-cripta
di S. Lorenzo, posta a circa 4 km. dal
centro abitato sulla strada per Savelletri e nei pressi della
stazione ferroviaria, l'altra di S. Virgilia, la cripta di S. Marco e quella di S. Giovanni.
Un intero villaggio rupestre, con strade, chiese, abitazioni e
laboratori, è in località Lama d'Antico, nei pressi della Masseria Signora Cecca (masseria
fortificata il cui modello trova confronti in numerose altre
presenti nell'agro). Questo villaggio che fu naturalmente abitato
da coloni "laici" oltre che da una comunità monastica,
rappresenta uno dei più significativi esempi di "urbanistica
rupestre", tra i meglio conservati ed armoniosamente immersi
nell'intatto scenario paesaggistico tipico dell'ambiente
mediterraneo.
Fasano conserva inoltre i resti del tempietto di Seppannibale (lo si raggiunge seguendo la strada per Monopoli, km. 7 circa), chiesetta di pianta quadrangolare a tre navate di cui la maggiore è voltata da cupolette su pennacchi. Databile al X secolo è il primo esempio di chiesa pugliese edificata con questa particolare tecnica costruttiva.


Sorge a 396 metri
sul livello del mare e vi si accede da una strada panoramica che
parte da Fasano (sulla Statale Bari-Brindisi) e si sviluppa su un
tracciato a tornanti di circa sette chilometri, molto amato,
soprattutto d'estate, dai motociclisti di tutto il Sud Italia (tant'é
che si svolge anche una gara nel mese di agosto).
Il percorso, che dai 118 metri su livello del mare arriva ai
quasi 400 nel cuore della Selva, è piacevole per il sottostante
paesaggio di ulivi annosi, di bassi vigneti e di mandorli.
Questi ultimi fioriscono in pieno inverno e, a febbraio, la zona
s'illumina di una precoce primavera in fiore.
La Selva è disseminata di trulli, le classiche espressioni
dell'architettura spontanea contadina, ed ha una vegetazione di
querce, lecci, corbezzoli e lentischi. Dominano anche i frondosi
carrubi con i loro nodosi tronchi.
Si trova anche qualche grotta naturale; una di queste - Sant'Elia
- presenta numerose stalattiti.
Il panorama consente, dall'alto, la vista dell'Adriatico in tutta
la sua vastità: vi si scorgono a nord Monopoli, adagiata sulla
costa, a sud Ostuni e quindi Fasano, distesa nel fondo valle con
le sue bianche case.



LA FAMIGLIA CHYURLIA A BARI
D’origine greca – Chyurlia non sarebbe altro che una derivazione di “Kyrie Elia”, i “signori Elia” -, si ipotizza loro presenza in città dal VII – VIII sec.
Numerose e poco conosciute dai Baresi le loro tracce nella toponomastica attuale.
Un pò a tutti é nota Piazza Chyurlia, uno degli accessi principali al centro storico.
Chissà invece quanti sanno che Via Andrea da Bari é intitolata ad un membro della stessa famiglia, giureconsulto, autore di una raccolta di consuetudini giuridiche d’epoca longobarda tra il 1282 e il 1285 per conto del re Carlo I d’Angiò, applicate in seguito in tutto il reame di Napoli sino all’introduzione del Codice Napoleonico.
Anche Roberto da Bari, protonotario dello stesso sovrano, apparteneva alla medesima famiglia. A lui é legato un infausto ricordo, la decapitazione di Corradino di Svevia nel 1268. Fu proprio Roberto Chyurlia che, a Napoli, capitale del neonato e nefasto regno angioino, lesse la sentenza di morte per l’erede mancato di Federico II. Un evento che ha cambiato la storia della nostra regione come pochi altri. Il prestigio di Roberto presso il primo re proveniente dall’Anjou é confermato dalla sua sepoltura in un sarcofago a fianco del Portale dei Leoni della Basilica di San Nicola.
E che dire della via per eccellenza dello shopping e del passeggio? Alzi la mano chi sa chi é Sparano. Anche lui si occupò di realizzare una raccolta di norme consuetudinarie baresi (“consuetudines barenses”), più minuziosa di quella di Andrea.
Va ricordato anche un altro Sparano Chyurlia, spesso confuso con il precedente, vissuto qualche anno dopo e, manco a dirlo, esperto in campo giuridico. Protonotario del regno, ottenne dagli Angiò numerosi feudi (tra gli altri Altamura e Polignano) e l’onore della sepoltura lungo la fiancata sud della Basilica di San Nicola. Un’epigrafe, installata nel 1742 per volontà di Nicola Chyurlia, ricorda che nel sarcofago sottostante sono sepolti lo stesso Sparano e sua moglie Flandina de Marra.
LA LAVORAZIONE DELLA CARTAPESTA
Diffusa soprattutto in terra leccese, quest’arte si sviluppa tra il Seicento e il Settecento, con il fiorire delle chiese e dei conventi, grazie alla munificenza dei vescovi salentini e degli ordini religiosi.
Con modestissimi mezzi, gli artigiani leccesi furono e sono tuttora capaci di creare piccoli capolavori utilizzando materie “povere" quali carta, paglia, stracci, colla e gesso; tra i soggetti, per quanto detto sopra e per la spinta controriformista, prevalevano nella fase delle origini i soggetti sacri.
Oggi la produzione di manufatti in cartapesta è concentrata soprattutto a Lecce e pare essere una delle poche espressioni dell’artigianato tradizionale (insieme a quello figulino) a non essere in declino, anzi non mancano i giovani che aprono ex-novo delle botteghe: accanto alle figure sacre tradizionali (santi, Madonne, Natività, ecc.), essi realizzano anche bambole, oggetti d’arredamento e d’uso quotidiano, maschere e giocattoli.
Le fasi della lavorazione comprendono:
- impagliatura intorno ad un’anima di filo di ferro;
- modellatura di busto, braccia e gambe;
- innesto della testa, delle mani e dei piedi, realizzati a parte con creta;
- vestizione delle figure con vari fogli di cartapesta bagnata, ammorbidita e resa collosa, trattata con antimuffa e antitarme, asciugata all’aria;
- “fuocheggiatura", che può completare da sola la statua;
- ingessatura;
- colorazione e decorazione.
SANTA CESAREA TERME (LECCE)
Il nome del paese deriverebbe, secondo la tradizione popolare, dalla leggenda di Cesaria, una fanciulla avviatasi alla vita monacale, ma dal padre promessa in sposa ad un giovane benestante. Un matrimonio di convenienza per risollevare le sorti familiari che Cesaria sdegnò. In preda alla collera, il genitore cercò di ucciderla: Cesaria riuscì a darsi alla fuga ma, giunta in riva al mare, ormai raggiunta, non pareva avere più nessuna possibilità di salvezza, visto che l’alta scogliera di fronte le precludeva ogni possibilità di scampare a quella furia omicida. Cesaria iniziò disperata a pregare, chiedendo alle rocce di aprirsi e offrirle un varco per scappare: così avvenne, ma la voragine, richiudendosi, inghiottì per sempre sia vittima che carnefice. Per il calpestio dei robusti stivali del genitore -quasi dei diabolici piedi ungulati-, s'aprirono le sorgenti di zolfo che oggi fanno di S. Cesarea Terme la più nota località termale della Puglia insieme a Margherita di Savoia.
IL CAVALCANTE
La chiesa di S. Francesco da Paola é forse l’edificio religioso di maggiore interesse al di fuori del borgo medievale di Bari. Essa, così come il convento annesso, fu edificata agli inizi del 1600 nel sito presso cui sorgeva un luogo di culto d’epoca medievale.
In epoca napoleonica i paolotti, in seguito alla soppressione del loro ordine, furono costretti ad abbandonare la loro sede. Stessa sorte toccò ai domenicani che vivevano nel convento annesso alla chiesa di S. Domenico, corrispondente all’odierno Palazzo del Governo. Tornati sul trono del regno di Napoli i Borboni, alcuni ordini furono ripristinati e fra essi i domenicani. Nel frattempo però il loro convento era stato manomesso per essere adibito a sede dell’Intendenza Provinciale, motivo per cui fu assegnata loro come nuova dimora quella che una volta era stata la sede dei paolotti (1820). Nel 1846 la chiesa di S. Francesco fu pesantemente danneggiata da un incendio quasi certamente doloso. Era forse stato un paolotto vinto dall’invidia per il privilegio toccato ai domenicani ad appiccare il fuoco? Forse non furono in pochi a pensarlo, se é vero che da allora si diffuse la “leggenda del cavalcante”, un misterioso cavaliere più volte avvistato nottetempo nei pressi della chiesa. Secondo molti egli era proprio un defunto confratello di una congregazione rivale che, tormentato dal rimorso, tornava con il suo destriero sul luogo del misfatto.
In seguito la chiesa fu ricostruita e consacrata nel 1897.
LA TORRE DEL SERPE
Lo stemma cittadino di Otranto è costituito da una torre con un serpente aggrovigliato ad essa che aspira olio da una lucerna; la scritta “Civitas Fidelisima Hidrunti” fa riferimento alla definizione della città in epoca medievale che ne statuiva nei confronti di Federico II.
La torre che appare sullo stemma si trova a sud dell’abitato, in zona “Calamuri”. In origine era un fanale per pescatori (detto anche “Dell’Idro”); secondo la leggenda un serpente marino che emergeva dall’Adriatico beveva l’olio della lampada e per questo per la tradizione popolare essa divenne la “Torre del Serpe”. Federico II la restaurò poiché nel 1116 era stata danneggiata da un terremoto. In seguito (‘500) divenne torre d’avvistamento. Oggi la Torre del Serpe, crollata per metà, é il simbolo di Otranto insieme al castello e al mosaico del monaco Pantaleone.
PARCO NATURALE DI PORTO SELVAGGIO
La costa jonica salentina é prevalentemente sabbiosa oppure caratterizzata da una scogliera bassa e piatta; nella zona di Porto Selvaggio, nei pressi di Nardò, le pareti rocciose raggiungono invece anche i 40 m d'altezza.
Il Parco Naturale, istituito nel 1980, si estende nel tratto compreso tra la Torre dell'Alto e la Torre di Uluzzo, per una superficie totale di oltre 400 ettari. Il bosco, degradante verso il mare, comprende fitti cespugli di macchia mediterranea, lentisco, cisto narino, rosmarino, timo. I pini d'Aleppo furono aggiunti massicciamente dal corpo forestale dello stato negli anni '50.
Nella Baia di Uluzzo, all'interno della Grotta del Cavallo, sono stati rinvenuti manufatti risalenti al Paleolitico e resti di mammiferi di notevole stazza (forse rinoceronti), oltre ad oggetti sui quali sono incisi motivi decorativi geometrici o naturalistici.
Tradizionale. Si tratta di una serie di strofette slegate l'una dall'altra nel significato, spesso dotate di un senso solo eufonico, di cantilena.
Uè uajëlì
e uè uajëllà
ninnella ninnella lu palumme e la palummella
Lassatelu ballà uè lassatelu ballà
uè lassatelu ballà nun lu facite inquietà
Uè uajë vola e uè uajë vola
a ninnella ninnella lutta core quant'è bella
Uè uajëlllì a lu bucchidde la lezìa
è alla cuncatella d'ore ca se lavë u primm'ammore
L'anima vosce e lu cavalle basce
si so' rotte lë funicelle ha ricadutë di cape abbasce
L'anima mia e ci fiorë cussë
nu bace t'agghja dà dint'alli labbra di lu musse
Uè uaje vola e uè uajëli
e uè uajëlì a li bëllizze signëri
e li bëllizze assai ni tenite in quantità
Uè uajellà veng'a casa e t'aggia dà
t'aggia rompere 'u pisciature
e nun t'aggia fa 'cchiù piscià
Malatë tu e malatë jë
la malatia tua è statë la rujna mia
Uè uajëli e uè uajëllà
ninnella ninnella lu palumme e la palummella
Traduzione:
Ehi bambina, il colombo e la colombella
Lasciatelo ballare, non lo fate inquietare
Ehi bambina, quant'è bella
Alla boccuccia il primo odore,
E' alla conchetta d'oro che si lava il primo amore
L'anima dice che al cavallo basso si sono
rotte le cordicelle ed è caduto per terra
Anima mia che fiore è questo
Un bacio ti darò sulle labbra
Di bellezze ne hai in quantità
Se vengo a casa cosa ti devo dare?
Ti romperò il vaso da notte
per non farti più pisciare
malata tu e malato io
la malattia tua è stata la rovina mia
Ehi bambina, il colombo e la colombella
(sarà che le parole non rendono, ma con la musica è una taranta a dir poco stupenda... fa venire voglia di ballare anche ai 'pezzi di legno'!)
Tradizionale tarantino raccolto da Alfredo Majorano nelle ricerche degli anni Trenta e Cinquanta, prima nel centro storico del capoluogo e poi nella provincia a Lizzano. La melodia originale che è aggiunta nell'arrangiamento dei Radicanto (quella solo strumentale e che porta il titolo di Canto del mare) è composta da un autore e ricercatore tarantino, Francesco Greco, che l'ha gentilmente messa a loro disposizione.
(tradizionale / F. Greco)
...E 'mmienz'a
mmare sté na via bèlle
le giuvene c'onne 'sciute
tutte onne perdute.
...E 'mmienz'a mmare sté na chiandarizze
salutem'u ninne mie
ce l'à passat'a stizze.
A 'mmienz' 'a mmari è nnata 'na sckalòra
li Turchi si la giòcunu a primièra.
...E 'mmienz'a 'mmare sté na via bèelle
à 'sciute l'amore mie
ci à venciute?
'U marenare mie sté mètte véle
jé maletiembe e no 'nge po' avenére.
U marenare mie sté mètte véle
da suse l'à ppassate l'Angele Gabriéle.
[Traduzione:
In mezzo al
mare c'è una via bella
I giovvani che ci sono andati
Tutto hanno perso.
In mezzo al mare c'è una pianta riccia
Salutami il bimbo mio
Se gli è passata la stizza.
In mezzo al mare è nata una scarola
I Turchi se la giocano a carte.
In mezzo al mare c'è una bella via
Ci è andato l'amore mio
Chi avrà vinto?
Il marinaio mio sta mettendo vele
E' cattivo il tempo e non può tornare
Il marinaio mio sta mettendo vele
Da sopra gli è passato l'Angelo Gabriele]
ecoritmi in Da GDM on line:Gi&ag...
ecoritmi in PARCO NATURALE DI PO...
